mercoledì 27 marzo 2013

Occhio all’orizzonte.

L’analisi tecnica presuppone che gli stessi analisti/trader operino sul mercato per 5, 10 o più anni e che, di conseguenza, determinati livelli operativi rimangano più o meno impressi nella mente degli operatori. Per alcuni perché il raggiungimento, superamento o cedimento di un livello ha fatto guadagnare soldi, per altri perché ha fatto perdere soldi. Altri ancora hanno mancato un’opportunità per fare soldi allorché gli ultimi si sono risparmiati un falso segnale e dunque una potenziale perdita di denaro. Ciò spiega, in parte, l’importanza ed il perché delle resistenze e dei supporti statici (l’orizzonte).



L’indice Ftsemib ha realizzato dallo scorso 8 marzo una serie di massimi relativi in corrispondenza di quota 16250 prima di indietreggiare parzialmente confermando la validità dell’area situata nelle immediate vicinanze di tale ultimo livello. Lo stesso 16250 circa è stato utilizzato come supporto durante le prime due decade dello scorso mese di febbraio, nonché come resistenza all’inizio del mese di dicembre e nella metà del mese di ottobre 2012. Non sottovaluteremo dunque il recente massimo relativo. Parentesi; l’indice azionario italiano viene poi individuato in uno stato di equilibrio precario, mentre interessa pericolosamente l’area di supporto individuata tra 15500 e 15000 euro.


Osserviamo ora il rendimento medio del decennale italiano e ovviamente, anche in questo caso, emergono livelli statici storicamente importanti, vedi per esempio il 4.30%, il 4.60% ed il 4.90% circa. Come è logico che sia, varie inversioni di tendenza nel rendimento del decennale si traducono in un’azione di senso inverso nell’azionario. Vedi per esempio il minimo relativo del rendimento del decennale nel mese di marzo 2012 ed il massimo relativo del Ftsemib. Allo stesso modo alla fine dello scorso mese di gennaio.


Infine, l’ultimo grafico ci propone il rapporto tra l’andamento del Ftsemib ed il rendimento del decennale obbligazionario. L’investitore cerca di rendimento dove c’è e questo semplice composite può aiutarci nella ricerca. Nel medio/lungo periodo, emerge immediatamente il superamento di una resistenza dinamica avvenuto durante lo scorso mese di settembre 2012 che ha portato alla realizzazione di un massimo relativo a fine gennaio (vedi le due righe verticali blu su grafico precedente), mentre anche qua emergono alcuni livelli statici particolarmente interessanti. Tra questi leggiamo un supporto a 3200 ed una resistenza a 4200, mentre proveniamo dal test del massimo relativo di metà marzo 2012 a 3550 circa. Ne deriva che l’eventuale cedimento di 3200 potrebbe indicare un indebolimento dell’azionario di fronte ad un aumento del rendimento del decennale italiano o, per lo meno, ad un minore indebolimento di questo ultimo. L’inverso di quanto accaduto nel periodo settembre 2012 – gennaio 2013.

Vedremo nei giorni a venire se alcuni dei livelli statici evidenziati si dimostreranno nuovamente validi e se, ancora una volta, noteremo delle divergenze nell’azionario e nell’obbligazionario. Da “bravo analista” penso che sarà ovviamente cosi, ma la cosa è molto interessante a fini previsionali e/o di studio. In ogni caso, l’osservazione di un mercato genera obbligatoriamente informazioni utili per intervenire su un altro comparto finanziario. E come potrebbe essere diversamente?

L’occasione mi è particolarmente gradita per augurare a tutti Voi e famiglia una buona Pasqua cristiana.

Cordialmente
Giovanni Maiani

domenica 17 marzo 2013

L'asta Btp.

L’asta dei Btp a 10 anni misura in qualche modo la bontà di un paese valutata dagli investitori nazionali e non, e dipendente ovviamente da alcuni dati macroeconomici principalmente, ma non esclusivamente, nazionali.
Osserveremo oggi la correlazione tra il rendimento medio ricavato dall’asta del Btp a 10 anni con una ventina di strumenti per cercare di individuare qualche attuale dipendenza o indipendenza.

Procedimento: ho cercato il valore dei vari strumenti il giorno dell’asta del btp creando quindi una serie storica che non prende in considerazione tutti i giorni feriali, ma unicamente quelli interessati da un’asta. In questo modo, dal 29 marzo 1991 allo scorso 27 febbraio 2013 abbiamo una serie storica di 313 eventi. La correlazione, e successivamente la deviazione standard, sono calcolate ogni 20 eventi.

Rendimento dell’asta Btp 10 anni e Cpi y/y.
Dalla metà del 2011, l’andamento dell’asta è molto correlata con quello dell’inflazione con un indice che oscilla tra il 70% ed il 90%.


Rendimento dell’asta Btp 10 anni e Pil y/y.
La correlazione tra questi due strumenti non era logica/dovuta in quanto entrambi sono dipendenti da variabili eterogenee. La correlazione è rimasta storicamente tra -35% e +72%, mentre è attualmente quasi allo 0.

Rendimento dell’asta Btp 10 anni e disoccupazione y/y.
La correlazione tra questi due strumenti proviene da un picco al quasi 70% avvenuto all’inizio del 2012, appena dopo il massimo di rendimento del Btp del 7.56%, e scende costantemente fino all’attuale -40%. Anche in questo caso la correlazione non è “dovuta”.

Rendimento dell’asta Btp 10 anni e rendimento del Btp a 10 anni.
Ovviamente parliamo praticamente della stessa cosa anche se l’asta permette di fissare un prezzo storico un po’ come scattare una fotografia che si trasforma poi in un filmato. La correlazione calcolata sull’intera banca dati è ovviamente di oltre il 99.90%, ma il grafico sottolinea la difficoltà degli anni 2008-2010 per poi assistere ad un progressivo ritorno nella norma. Abbiamo osservato un callo della correlazione anche nella prima metà del 1994.

Rendimento dell’asta Btp 10 anni e tassi swap.
La forte diminuzione della dipendenza evidenziata nei confronti del rendimento del decennale negli anni 2008-2010 è certamente presente anche nel tasso swap a 10 anni, ma questa è proseguita fino allo scorso mese di maggio con un minimo a -54%. Ora ci troviamo in terreno +66% in costante aumento. Il minimo di maggio 2012 è stato confermato anche negli swap a 5 ed a 15 anni.

Rendimento dell’asta Btp 10 anni e tassi euribor.
Abbiamo assistito a vari minimi di correlazione tra 0 e -45% ad agosto 2001, dicembre 2005 e agosto 2012, mentre ci siamo riportati in corrispondenza di un’ottima correlazione pari ad oltre +83%. Lo scenario è analogo sulle scadenze a 6 e a 12 mesi.


Rendimento dell’asta Btp 10 anni e Cds a 5 anni.
Anche se abbiamo una serie storica relativamente limitata è interessante osservare un costante aumento della correlazione dal mese di ottobre 2010 ai giorni nostri nei confronti del Cds che è un’altra misurazione del rischio paese. Obiettivamente, mi aspettavo ad una maggiore correlazione anche negli anni precedenti. 

Rendimento dell’asta Btp 10 anni e azionario.
Dalla metà del 2011 la correlazione nei confronti dell’indice azionario generale Msci è progressivamente scesa dal massimo relativo dell’87% fino all’attuale correlazione inversa di -86%. Osserviamo uno scenario simile rispetto allo Sp500 (discesa da +88% a -75%), mentre emerge nei confronti dell’indice Ftsemib un costante calo dei massimi di correlazione dagli anni 2002-2003 ai giorni nostri.


Rendimento dell’asta Btp 10 anni e l’oro (espresso in euro).
L’aumento del rendimento avvenuto tra la fine del 2010 e la fine del 2011 è stato accompagnato da un miglioramento della correlazione nei confronti dell’oro fino a raggiungere il picco dell’87%. Successivamente, abbiamo assistito ad un costante ridimensionamento di tale misura fino all’attuale assenza di correlazione con -30%. Una situazione molto simile è riscontrabile anche nei confronti del petrolio (espresso in dollari).

Rendimento dell’asta Btp 10 anni e euro contro dollaro.
Non osserviamo nessuna correlazione di rilievo dalla fine del 2007 ai giorni nostri e, dunque, a seguito dei massimi di oltre +80% realizzati attorno al mese di agosto 2007. Ora siamo a -24%.

Abbiamo osservato, più che analizzato, l’andamento dell’asta del Btp a 10 anni nei confronti di alcune variabili economiche, mentre ritorniamo brevemente sulla serie storica iniziale.

Il tasso di copertura dell’asta.
Dato dal rapporto tra la domanda degli investitori e l’offerta, il tasso di copertura oscilla storicamente (esclusi i picchi di 4.088 del 29 luglio 2004 e di 2.794 del 30 ottobre 2000) tra 1.075 e 2.27, ma è interessante osservare che, generalmente dal mese di ottobre 2006, la variazione del tasso è meno volatile e contenuta principalmente tra 1.20 e 1.60.

Stima del rendimento dell’asta
Come è ovvio che sia, il rendimento dell’asta non sarà mai molto distante dal rendimento del decennale in essere. Il grafico mostra la differenza tra il rendimento medio ricavato dalla dura legge dell’offerta e della domanda (anche se il tasso di copertura non è molto correlato con il rendimento dell’asta) ed il rendimento del decennale italiano il giorno prima dell’asta (in questo caso non si parla più di evento, ma del dato del giorno precedente). Per la precisione, le due serie storiche sono correlate al 99.92% sull’intero storico dal 1993 allo scorso 27 febbraio. La curva rossa non è altro che una media mobile a 10 per osservare il trend.

Dal grafico emerge che, mediamente, all’eccezione dei periodi luglio 94 – gennaio 95, ottobre 98 – giugno 09 e ottobre 2011 – novembre 2012, il rendimento del decennale del giorno prima è generalmente inferiore al rendimento ricavato dall’asta. Ora siamo a meno 3 centesimi circa; ragioniamo sempre con la media mobile. La sommatoria degli scarti ricavati dalla sottrazione come sopra, ossia il rendimento del giorno prima meno il rendimento dell’asta, genera un saldo di -13.89 punti percentuali. Invece, sottraendo la costante di 0.0498 al rendimento del giorno prima al quale va poi tolto anche il rendimento dell’asta, la sommatoria degli scarti è pari a 0.0000. Pertanto, ha un senso affermare che il rendimento dell’asta è generalmente superiore al rendimento del decennale del giorno prima.

Invece, la gaussiana (vedi il grafico sotto) ci dice che il rendimento della prossima asta del Btp a 10 anni ha:
il 68.30% di probabilità di essere superiore al 4.721%.
il 95% di probabilità di essere superiore al 3.935%.
il 99% di probabilità di essere superiore al 3.427%.
Non prendo in considerazione i livelli massimi in quanto troppo distanti dal precedente valore dell’asta di 4.83% e dal recente rendimento medio del decennale di 4.64%.


Da “bravo analista”, è chiaro che il rendimento dell’asta del Btp a 10 anni è dipendente dalla legge tra l’offerta e la domanda che prende in considerazione una lunga serie di variabili, in primis il rischio paese e la fiducia nel Governo. Oggi, tuttavia, ci siamo divertiti a dare i numeri ed a osservare il rendimento dell’asta sotto un’altra prospettiva.

Ps: Sono sempre più convinto che per il giusto, o per chi cerca la strada del giusto (vedi re Salomone) o della Sapienza, l’inferno sia proprio sulla Terra, mentre gli altri trovano qua il Paradiso. Un caloroso saluto al neo Papa Francesco.

Giovanni Maiani

martedì 26 febbraio 2013

Formula base per Metastock.

Ho ritrovato all’interno di un mio vecchio portatile una versione preistorica di Metastock e, dopo aver abbandonato qualche anno fa la libera professione, ho rispolverato alcuni trading system e qualche formula base (creati più di 10 anni fa e dunque in certi casi probabilmente superati) che pubblicherò occasionalmente dopo averli parzialmente ottimizzati su strumenti ben noti. Siamo nel mondo reale e non nella teoria. Si tratterà quasi esclusivamente di una base di partenza quindi di un incrocio di qualche indicatore o oscillatore, di mia creazione o già esistente, sulla quale lavorare.

L’obiettivo della “base” è unicamente quello di ricavare immediatamente un’inclinazione soddisfacente dell’equity line, un discreto rapporto tra utile medio e perdita media ed un numero elevato di operazioni che ci consentano di intervenire adeguatamente e di costruire attorno un trading system vero e proprio con tanto di risk management.

Prima di tutto voglio sottolineare che non esiste la baghetta magica e che la ricerca spasmodica della migliore ottimizzazione è spesso assolutamente contro produttiva.

Oggi, lo strumento sul quale verrà applicata la formula base è l’indice Ftsemib. La serie storica è giornaliera, inizia il 31 dicembre 1997 e si conclude il 7 febbraio 2013.
Voglio analizzare l’indice Ftsemib per poi operare sul relativo future. Pertanto, verranno applicati 10 punti di commissioni sia all’acquisto sia alla vendita e l’operazione viene effettuata con la chiusura del giorno dopo. Ho scelto di utilizzare il sottostante per operare sul relativo future in quanto è logico operare in questo modo e per non avere problemi di rettifica della serie storica con i vari roll over e mantenere, di conseguenza, una banca dati stabile nel tempo.

Definiti lo strumento e la modalità operativa, vediamo ora la formula base.

Mov(C-If(C,>,SAR(opt1,opt2),Mov(H,opt3,S),Mov(L,opt4,S)),opt5,S)

In pratica, osserviamo il posizionamento del prezzo di chiusura rispetto ad un oscillatore molto rapido come può esserlo il Parabolic Sar. Se la chiusura è superiore al Parabolic Sar utilizziamo una media mobile dei massimi e verrà preso in considerazione una media mobile dei minimi nel caso opposto. Calcoliamo quindi la differenza tra la chiusura e la media mobile ottenuta e utilizzeremo un’altra media mobile per smussare i risultati. Otteniamo quindi un oscillatore che si muove attorno allo zero. Vedi grafico. Questa semplice base funziona in molti casi su degli strumenti con volatilità molto diversa come valute, future e azioni.



Ho valutato che, realmente, utilizzando la modalità operativa descritta sopra la formula, si possono ricavare circa 305700 punti dalla serie storica del ftsemib. Con la base evidenziata e parzialmente ottimizzata si raggiungono soltanto i 71 mila punti circa.

Vi presento la base come sopra con l’aggiunta di qualche altro strumento tecnico e parametri già parzialmente ottimizzati.

Long:
(When(Mov(C-If(C,>,SAR(0.06,0.2),Mov(H,26,S),Mov(L,3,S)),24,S),>,Ref(Mov(C-If(C,>,SAR(0.06,0.2),Mov(H,26,S),Mov(L,3,S)),24,S),-1)) OR
If(ROC(C,2,%)>-1,H,L)>Mov(C,20,S) OR RSI(7)>50) AND ROC(C,1,%)<7.6 AND (CCI(47)<200 AND Ref(CCI(47),-3)<200)

Short:
(When(Mov(C-If(C,>,SAR(0.11,0.3),Mov(H,30,S),Mov(L,2,S)),11,S),<,Ref(Mov(C-If(C,>,SAR(0.11,0.3),Mov(H,30,S),Mov(L,2,S)),11,S),-1)) OR
If(ROC(C,160,%)<0,H,L)>Mov(C,70,S) OR RSI(22)<45) AND ROC(C,1,%)>-3.6

In questo modo, il modello genera un utile di oltre 170 mila punti, realizza 1411 operazioni durante i 5518 giorni di test e ha un rapporto utile medio/perdita media di 1.54. Mediamente, la base realizza un utile netto di 120 punti ad operazioni.

I difetti sono tantissimi e, come ho scritto sopra, parliamo soltanto di una base di partenza.

Osserviamo per esempio sull’equity line 2 ampie aree laterali ed il numero di perdite consecutive pari a 8 sono relativamente elevate.



Tuttavia, l’elevato numero di operazioni permette di ottimizzare, molto facilmente (per esempio togliendo qualche strumento tecnico ed inserendone un altro), il numero di perdite consecutive, di migliorare considerevolmente la curva dell’equity line e di ottenere un utile netto di circa 265 mila punti.

Io, però, mi fermo qua.

Buon lavoro.

domenica 17 febbraio 2013

L’Olanda sempre più in difficoltà.

La crisi del debito pubblico, al livello mondiale e non solo europeo, è un problema morale e non unicamente finanziario come vogliono farcelo credere.

Prima di tutto, i dati preliminari relativi all’andamento del Pil nel 4° trimestre di molti paesi evidenziano una recessione ed anche lo scenario su base annua mostra un peggioramento delle economie, mentre le stime per l’anno in corso non sono molto incoraggianti. Paesi ritenuti affidabili come la Francia e l’Olanda o la zona euro sono in recessione, mentre siamo in attesa dei dati di fine 2012 relativi a Finlandia, Danimarca e Svezia. I primi due mostravano un’economia con il segno meno su base annua già nel 3° trimestre dello scorso anno.
La recessione interessa gran parte del pianetta, mentre la cura che certi “illuminati” hanno trovato consiste praticamente nell’inondare i mercati di liquidità. Come se qualcuno per sfuggire ai problemi decidesse di ubriacarsi. Il giorno dopo è decisamente peggio sia per i postumi della sbornia sia perché i problemi sono rimasti tali.

Voglio ritornare un attimo sull’economia italiana che ha perso, come quella dell’Ungheria, il 2.70% rispetto alla fine del 2011. Ho sempre detto e sostenuto che il bel paese è probabilmente il luogo più bello al mondo dove vivere, ma nonostante ciò non ha nessuna possibilità di farcela nel prossimo futuro se le cose non cambiano radicalmente. Tangentopoli iniziato nel mese di febbraio 1992 non ha insegnato nulla ed è tutto come prima. Vedi, anche e non solo, gli attuali scandali come il Monte e Finmeccanica ad esempio. I politici per fare fronte al rimborso delle scadenze del debito pubblico non sanno fare altro che aumentare le tasse penalizzando sempre le classi più deboli e favorendo l’evasione fiscale perché sono del tutto incapaci. Certe promesse politiche sono fatte da persone in assoluta malafede dove più la bugia è grossa più è credibile. Promettere di togliere una tassa non esclude la creazione di altre 10 nuove di zecca o di aumentare quelle già esistenti.

A San Marino, invece, ci preoccupiamo dell’ipotesi di “un’invasione cinese”, argomento certamente da analizzare, ma non abbiamo ancora risolto i problemi comuni come quello del pagamento dei bollettini postali italiani presso le nostre poste. Inoltre, la più antica Repubblica del mondo si trova ancora nella blacklist italiana.

Torniamo nei paesi nord europei.


L’economia olandese (vedi anche il precedente riferimento del 22 marzo 2012) ha perso lo 0.20% tra il 3° ed il 4° trimestre del 2012 (già -1% tra il 2° ed il 3° trimestre), mentre il saldo per l’intero 2012 mostra un’economia in recessione dello 0.90% e dunque in linea con quella calcolata per la zona euro. Come ho già indicato in varie occasioni, la sola osservazione del Pil non è sufficiente per valutare un paese. Leggiamo per esempio che la fiducia dei consumatori è di -33 rispetto al +92 di quella tedesca, al -23.90 della zona euro, al +58.60 degli Usa o al -26 del Regno Unito. Chi meglio di un consumatore nazionale riesce a dare un giudizio attendibile sul proprio paese? Anche la fiducia degli investitori con -5.60 è relativamente deludente se confrontata con l’89.20 della zona euro o il +53.10 degli Usa. A fine 2011, il rapporto tra deficit e Pil pari a -4.50% era peggiore rispetto al -4.10% della zona euro e anche dal -3.90% italiano. Il Cds a 5 anni dell’Olanda è pari a 51 ed è relativamente elevato se confrontato con il 30 della Danimarca, il 29 della Finlandia e 19 della Svezia. L’economia dei paesi nordici è sempre stata ritenuta affidabile, ma la crisi internazionale colpisce anche questi paesi e l’Olanda continua a mostrare segnali di preoccupazione. Nell’ultimo, la nazionalizzazione della Sns Bank e la successiva espropriazione di tutte le obbligazioni subordinate della banca costituisce, per molti e per lo scrivente, un colpo basso da un paese ritenuto cosi affidabile.


Quando un animale è messo alle strette può diventare aggressivo nel tentativo di sopravvivere. Allo stesso modo, quando un paese è messo alle strette da difficoltà finanziarie aumenta le tasse, inventa un numero sempre maggiore di lotterie per autofinanziarsi e creare dei cittadini dipendenti che assicurano un flusso costante (vedi alche il calcio e il tabacco), mentre i politici raccontano delle balle allucinante. In modo analogo, il mondo finanziario sforna costantemente nuovi prodotti vantaggiosi per lui e non di certo per aiutare chi le compra. Non c’è fantasia in tutto questo. E’ sempre lo stesso scenario.

In questo momento, il mondo soffre della crisi del debito pubblico e non riuscirà ad uscirne facilmente visto la crescita della disoccupazione, il calo del Pil e la totale assenza di un modo comportamentale che include, almeno parzialmente, un principio di morale. Un giorno vorrei vedere i dirigenti (chiunque abbia una responsabilità) scelti con criteri di moralità, ma poi ovviamente premiati ulteriormente (perché il primo premio risiede nella loro scelta) rispetto ai propri risultati perché è la sana concorrenza che porta allo sviluppo. Al momento il denaro è l’unico criterio premiante, ma ci ha portato alla crisi attuale. Occorre un nuovo metro di valutazione delle persone per uscire dall’attuale crisi che potrebbe essere il comportamento morale. Diversamente andrà sempre peggio.

Premiando e scegliendo delle persone che mettono l’onesta, il rispetto e l’onore al primo posto non ci sarebbero una nuova tangentopoli, la crisi del debito pubblico e l’Olanda non sarebbe in questa situazione che potrebbe favorire un contagio anche agli altri paesi del nord Europa per il calo di fiducia nell’area geografica.

In questo scenario già molto preoccupante, la rinuncia di Benedetto XVI fa, per lo meno, molto riflettere.

Cordialmente
Giovanni Maiani

lunedì 4 febbraio 2013

La pubblicazione del rapporto Eps.

Il periodo delle trimestrali Usa si è già concluso per le 18 banche dell’indice Sp500, mentre osserveremo i risultati aziendali da un punto di vista decisamente critico.

A livello complessivo, la sorpresa sugli utili, ossia la differenza in termine percentuale tra quanto atteso dagli analisti e quello realmente avvenuto, è stata positiva per il 12%. Il dato è relativamente buono se confrontato con quello complessivo o con quello del settore delle telecomunicazioni anche se parliamo di dati ancora preliminari per questi ultimi. In modo particolare, Bank of America e JPMorgan hanno degli utili per azioni relativi al 4° trimestre in aumento rispettivamente del 46.63% e del 33.10% rispetto alle stime.


1° Considerazione
Non c’è ovviamente nessuna correlazione molto rilevante (calcolata sui dati trimestrali al momento dell’annuncio degli utili dal 2002 ad oggi) tra la variazione di prezzo del titolo azionario e la sorpresa dell’Eps. In effetti, le stime relative all’andamento di un conto economico aziendale e la realtà borsistica hanno delle dinamiche non sempre condivise. Tuttavia, osserviamo una correlazione del 63% nel caso di Regions Financial, del 57% per PNC Financial Services e del 44% per BB&T.
Ho riscontrato invece un’attesa quanto elevata correlazione (calcolata sui dati trimestrali al momento dell’annuncio degli utili dal 2002 ad oggi) tra l’andamento dell’indice Sp500 e l’Eps a 12 mesi. Questa supera il 79% nel caso di JPMorgan, è pari al 78% in M&T Bank, del 75% per PNC Financial Servicese e Wells Fargo, nonché del 70% per US Bancorp. Deludente Hudson City Bancorp con una correlazione negativa. Questi dati possono risultare interessanti per avere una visione complessiva ed farci un’idea di massima.



2° Considerazione
Abbiamo visto che Bank of America e JPMorgan hanno generato le sorprese sugli utili del 4° trimestre più importanti, in quanto gli utili aziendali vengono proposti solitamente proprio cosi in funzione delle sorprese, mentre le serie storiche ci evidenziano come M&T Bank abbia sempre avuto l’Eps a 12 mesi superiore rispetto quello degli altri 17 titoli bancari dello Sp500. Ancora, nuovamente M&T Bank ci ha offerto l’eps maggiore sia sul 4° trimestre sia sugli ultimi 12 mesi rispettivamente con 2.16 e 7.58 dollari.
Siamo certi che queste giuste osservazioni ci offrono una visione obiettiva ed efficiente dei risultati?
Il solo dato in valore assoluto è del tutto insufficiente ed induce in errore.
Dire che un titolo ha generato un utile superiore alle stime non vuole dire assolutamente nulla in quanto, ipotesi remota anche se possibile, le stime potrebbero essere inesatte e/o basate su un campione di pochi dati e dunque statisticamente poco attendibili.
L’Eps non permette di confrontare accuratamente gli utili tra varie società e non offre neanche un’immediata e sincera valutazione degli utili storici di un’azienda. Una società potrebbe avere un Eps di 10 mentre il prezzo di una sua azione sul mercato vale 10 o 1 milione. Come si fa a valutare, con la sola lettura, la reale importanza di quei 10 per azioni?
Non basta neanche cercare il PE (Prezzo Earning) più basso per ottenere un’indicazione più precisa sull’Eps, ma al limite otterremo una valutazione del prezzo di borsa visto che solitamente PE * EPS = Prezzo. E’ chiaro che un PE di 17 indica che il titolo vale 17 volte gli utili, ma non è immediatamente disponibile il fatto che l’utile per azione rappresenti il 5.88% del prezzo.
Pertanto, anche se non c’è nulla di sbagliato, ritengo che non sia particolarmente efficace evidenziare gli utili tramite un confronto con le attese (anche per la mancanza di correlazione con il mercato) o indicare l’eps in valore assoluto quando basterebbe pubblicizzare maggiormente l’inverso del PE per ottenere il rapporto tra l’Eps ed il prezzo di borsa. In questo modo si ottiene ovviamente un rapporto immediatamente confrontabile sia con qualsiasi altro titolo sia con i precedenti dati storici di una società allo scopo di capire immediatamente quanto rappresenta l’utile per azione rispetto al prezzo di borsa del momento.
Una semplice quanto efficace percentuale.
Non viene probabilmente fatto perché in questo modo si capirebbe istantaneamente il reale valore dell’utile per azione. Un po’ come fanno certi gestori che indicano solo il valore assoluto della quota di un determinato investimento e non la variazione percentuale di periodo.
Lo stesso discorso vale per l’oscillatore di analisi tecnica macd. Un esempio riferito all’indice Ftsemib: il 12 gennaio 2007 il macd era pari a 1096, mentre il 16 ottobre 2009 il macd era pari a 1090. E’ uguale? Nel primo caso l’indice valeva 42111 e nel secondo 24152. E’ sempre uguale?
L’ultima colonna della tabella evidenzia l’inverso del PE o, come lo chiamo io, l’Eps %. Emerge che SunTrust Banks con un Eps storico di solo 3.59$ sia il titolo più interessante in quanto rappresenta il 12.65% del prezzo di borsa di una sua azione. Subito dopo troviamo JPMorgan con un Eps di 5.92$ che rappresenta il 12.58% dell’azione seguito da Huntington Bancshares e Fifth Third Bancorp. Pertanto, M&T Bank offre un Eps molto elevato di 7.58$ che rappresenta, tuttavia, “solo” il 7.38% di una sua azione quotata oltre 102 dollari. Anche questa informazione è molto rilevante. Un altro dato potenzialmente interessante: il PE negativo non viene solitamente riportato, ma un Eps % potrebbe esserlo in quanto l’Eps negativo è pubblicato. E’ doverose sapere che la perdita per azione di First Horizon National ammonta all’1.08% del prezzo di una sua azione quotata.

In conclusione, da “bravo analista” (per chi non mi conosce scrivo “bravo analista” perché cerco unicamente di capire le cose) penso che, come direbbe un mio amico medico, non ci sono controindicazioni ed occorre diffidare della pubblicità oltre che ragionare con la propria testa.


Pertanto, limitatamente all’annuncio degli utili aziendali e generalizzando, penso che sia decisamente interessante osservare, anche, l’Eps in percentuale del prezzo di borsa del titolo e non unicamente l’Eps assoluto come viene solitamente riportato. In questo modo potremo confrontare immediatamente l’Eps con il rendimento del dividendo ed ottenere prontamente il tasso di ritenzione degli utili.

Giovanni Maiani

domenica 27 gennaio 2013

La Francia in difficoltà.

In Europa, l’indice PMI manifatturiero (stima flash) è uscito in miglioramento dal 46.10 di dicembre all’attuale 47.50 superando le attese degli analisti pari a 46.50 punti. Migliora anche lo scenario tedesco dove il Pmi è di 48.80 e quindi in netto miglioramento dal precedente 46. La situazione francese, invece, è sempre deludente ed osserviamo un drastico peggioramento da 44.60 a 42.90 soprattutto se teniamo conto dei recenti recuperi e di una stima ottimistica di 45.10 da parte del mercato. Il problema che sottolinea il settore manifatturiero francese non è da sottovalutare perché, anche, il settore terziario è in difficoltà con 43.60 ed entrambi mettono in evidenza le difficoltà dell’economia transalpina nonché il pericolo di recessione.


A peggiorare il contesto generale sono le stime della Banca Mondiale relative all’economia mondiale per il 2013 riviste al ribasso da +3% a +2.40%. I primissimi dati relativi al Pil del 4° trimestre del 2012 sono già noti e relativi all’economia inglese che è calata dello 0.30% negli ultimi 3 mesi dell’anno, mentre su base annua fa registrare un timido +0.10%. Ricordo brevemente che il Pil francese durante il 3° trimestre del 2012 era già appena sopra allo zero con +0.10%, che la fiducia dei consumatori alla fine del 2012 era pari a -36 (facevano peggio nell’Eu27 soltanto Grecia, Ungheria, Portogallo e Slovacchia), che il tasso di disoccupazione di novembre è del 10.50% (ma che dovrebbe peggiorare ulteriormente), mentre l’inflazione di dicembre all’1.30% su base annua rispetto ad un rendimento del decennale obbligazionario del 2.22%. Inoltre, secondo i dati Eurostat del 3° trimestre 2012 relativi alla Francia, il rapporto tra debito pubblico (1.818.147 mio di euro) e Pil è pari a 89.90% in linea con il 90% dell’eurozona.

Oltre ai Pmi deludenti ed al rischio recessione, il governo francese deve fronteggiare altri problemi. In effetti, la recente tassa sui ricchi è stata bocciata lo scorso mese dal Consiglio costituzionale, ma il Governo di Hollande sta elaborando una nuova normativa per colpire i redditi elevati. Ricordo che la tassa sui grandi patrimoni (L’impôt sur les grandes fortune) è stata introdotta in Francia da Mitterand nel 1981 e, dopo l’abolizione, reintrodotta 7 anni dopo con l’Isf (l’impôt de solidarité sur la fortune). A prescindere della costituzionalità o meno della tassa sui grandi patrimoni, e detto/scritto dallo scrivente che è nato e ha vissuto 22 anni in Francia, il paese transalpino non fa una grande figura quando si viene a sapere che l’ex Presidente Sarkozy sta per lasciar il proprio paese per sfuggire alla tassazione. Che cosa fai, scappi?

Nel post del 19 ottobre 2011 (http://giovannimaiani.blogspot.it/2011/10/alcuni-paletti-sono-ormai-obsoleti.html) avevo scritto che “Il Pil come misurazione della crescita economica di un paese è molto limitativo. Perché non utilizziamo maggiormente e prendiamo in considerazione altri indici come il consumo delle famiglie, l’indice sulla fiducia delle famiglie o delle imprese, la pressione fiscale, l’acquisto di nuove case, il numero di separazioni,…, e cosi via.”.
In tale ottica, la percentuale dei cittadini francesi che hanno fiducia nella Commissione europea ha raggiunto nel 2009 il minimo degli ultimi anni con il 39%. Anche questo indicatore mostra che, secondo i cittadini, le cose non vanno bene in Francia e, in fondo, l’operato di un Governo viene giudicato attraverso i cittadini tramite il voto ed i vari indici di fiducia. Questo 39% è molto importante in quanto molto basso e nell’Eu27 fa peggio solo la Lettonia con il 38% dei cittadini che ha fiducia nella Ce.


In conclusione, mentre l’economia mondiale rallenta e molti paesi sono già in recessione, da “bravo analista”, penso che la Francia possa presto fare parte di questi paesi con dei problemi di crescita (vedi anche l’Olanda e la Finlandia) e non riuscirà molto probabilmente a raggiungere l’obiettivo del rapporto deficit/pil del 3%.

Ps: Il Pmi index (Purchasing Managers Index), ossia l’indice dei direttori agli acquisti, evidenzia la capacità di acquisto delle imprese. L’indice rispecchia l’andamento dell’economia e riesce ad anticiparne l’andamento nel prossimo futuro. Al di sopra di 50 evidenzia un’espansione del settore, nonché una contrazione al di sotto di 50.

Giovanni Maiani

mercoledì 23 gennaio 2013

IBM

Ibm ha pubblicato martedì i risultati relativi all’intero 2012 dove emerge un utile netto di 16.604 miliardi di dollari in aumento del 4.72% rispetto ai dati del 2011. Il rapporto rispetto ai ricavi passa dal 14.8% del 2011 all’attuale 15.9% anche “grazie” al calo del 2.25% dei ricavi rispetto all’anno precedente. Doveroso sottolineare la diminuzione del 4.5% dei costi sui ricavi che ha permesso i miglioramenti dell’utile lordo e del reddito operativo rispettivamente dello 0.32% e dello 0.78%. Il margine lordo aumenta dunque dal 46.89% del 2011 all’attuale 48.13% ed, allo stesso modo, osserviamo una crescita del margine operativo dal quasi 19% all’attuale 19.56%. L’Eps 2012 risulta di 15.25 dollari in crescita del 13.5% circa rispetto ai 13.44 dollari dell’esercizio precedente. Il dividendo aumenta da 2.90 dollari all’attuale 3.30 dollari, in crescita del 13.8%.


Dallo stato patrimoniale osserviamo principalmente un aumento degli asset del 2.39% ad oltre 119 miliardi di dollari (+6.53% degli attivi totali a LT) ed una crescita del 4.19% delle passività (correnti +3.56%, lungo termine +4.68%).

Il book value per share (valore contabile per azione) pari a 16.69$ è in calo del 3.59% rispetto al dato del 2011, il rapporto debito netto per azione aumento del 21.66%, mentre il rapporto tra il debito totale ed gli attivi totali passa dal 26.90% al 27.91%. Cala il current ratio (rapporto di liquidità) da 1.21 a 1.13.


Quindi migliora l’utile netto, calano i costi sui ricavi ed il book value, diminuisce il capitale sociale (totale passivo – passività totali) dal 2005, nonché aumenta l’indebitamento. Anche se l’azienda ha anticipato ottime prospettive per i prossimi anni e diversificato i sui ricavi nei paesi Brics, occorre essere relativamente cauti per il prossimo futuro ed il mercato sembra esserlo. In effetti, il titolo ha concluso la sua prima giornata borsistica post dati in rialzo del 4.41%, ma questa performance è dovuta in gran parte al gap up iniziale in quanto si è limitato a consolidare dopo la prima mezz’ora di contrattazioni.

Domani giovedì usciranno i dati di Microsoft.

Giovanni Maiani

lunedì 14 gennaio 2013

Il settore della moda.


Facciamo una breve fotografia del settore dell’abbigliamento internazionale.


Andamento borsistico.

Dalla metà del mese di agosto 2003, data di partenza dell’indice Bloomberg World Apparel Index (Bwai), osserviamo dal grafico normalizzato che il comparto, espresso in euro, ha sempre fatto meglio dell’indice World Msci (in euro) raggiungendo ai giorni nostri una performance del +124% rispetto al timido +30% dell’indice azionario mondiale. Prendendo in considerazione il minimo di marzo 2009, il comparto è cresciuto del 169% quasi il doppio dell’89% fatto registrato dall’indice generale. Questo potrebbe rappresentare un ottimo punto di partenza.
Disegno di Miseon Kang


Capitalizzazione per paese.
Le 51 società che compongono il Bwai provengono da 15 paesi e principalmente dalla Cina con 15 aziende (il 29.40% del totale), seguito da Hong Kong con 7 unità, quindi dal Giappone con altre 4 unità. Interessante dunque osservare un’elevata concentrazione di società in Asia pari al 51% del totale. Parliamo dunque di numeri importanti, ma la capitalizzazione delle società asiatiche sfiora il 30% del totale del comparto, mentre la Francia, con i soli 2 colossi Christian Dior ed Hermes supera abbondantemente il 37% del settore complessivo.


Qualche dato rispetto alla capitalizzazione.
Rendimento del dividendo.
Dal grafico a bolla emerge immediatamente come il dividendo delle aziende a maggiore capitalizzazione sia solitamente inferiore al 4%. Il rendimento medio è del 2.38%.


Prezzo earnings.
Solitamente, i PE delle società a bassa capitalizzazione rimangono al livello della mediana (18.83) della popolazione osservata, mentre il 3° quartile (24.34) è interessato da aziende a media capitalizzazione.


Roe
La media della redditività del capitale proprio ponderata dalla capitalizzazione di borsa è pari al 21.51% ed osserviamo, ovviamente, che questo target è irraggiungibile per molte società di medie piccole dimensioni.

Stime di PE
Il grafico evidenzia che, quasi sempre, il PE stimato per l’anno successivo sia inferiore a quello attuale e che, in soli 2 casi (l’elvetica Calida e la società Ygm), assistiamo al contrario. La retta rossa è la frontiera che indica che il PE attuale e quello stimato sono identici.


Andamento delle vendite.
Il comparto ha generalmente beneficiato di un aumento delle vendite durante gli ultimi 12 mesi anche se ci sono qualche eccezione, anche in Italia. Interessanti gli aumenti dei ricavati di +62% per Dongguan e del 48.86% per Lanci.


Debito / Totale attivo
Il rapporto medio ponderato tra il debito ed il totale dell’attivo è del 13.43%, ma osserviamo un comparto fortemente indebitato e 10 società con un rapporto tra il 27% ed il 51%. In vetta alla classifica troviamo le americane Hanesbrands e Fifth & Pacific Cos Inc con rapporti rispettivi di 50.51% ed 46.98%.


Alpha & Beta
Il comparto vanta 17 titoli con un Alpha positivo (quindi più forti dell’indice) ed un Beta inferiore a 1 (ossia meno volatili dell’indice) e tra questi emergono anche i 2 titoli francesi oltre che al tedesco Hugo Boss. La capitalizzazione di questi 17 titoli rappresenta il 58.7% di quella settoriale. Mancano tuttavia i dati relativi a 5 aziende asiatiche.

Performance 1-5 anni.
Osserviamo che molti titoli del comparto hanno avuto delle performance positive ad 1 ed a 5 anni ed i soli 4 che hanno perso su entrambe le scadenze sono asiatici. L’inclinazione della retta di regressione ci indica che il settore ha beneficiato di un trend borsistico decisamente rialzista durante gli ultimi 12 mesi e conferma, parzialmente, gli ottimi dati del coefficiente Alpha. Interessanti i rialzi a 1 anno del 147% della società polacca Lpp ed il +123% di Prada (Hong Kong).


Ultimi dati del settore.
In Italia, l’indice dei prezzi al consumo generale Nic (base 2010 = 100) relativo al mese di dicembre 2012 è pari al 3%, mentre l’indice limitatamente al comparto “abbigliamento e calzature” è del 2.60%.

Anche se osservato molto rapidamente e da lontano, il settore dell’abbigliamento appare relativamente interessante sia dal punto di vista fondamentale sia tecnico e le 51 aziende prese in considerazione ci offrono un’ampia scelta.


Di seguito qualche grafico per poter confrontare i titoli francesi Christian Dior ed Hermes.



Giovanni Maiani

domenica 6 gennaio 2013

La popolazione.

A mio modesto parere si parla troppo poco della popolazione ed un paese è giudicato principalmente, ed in primis, attraverso l’osservazione dell’andamento del Pil, dell’inflazione, del tasso di disoccupazione quindi dei tassi, e cosi via.

Tutto giusto, ovviamente, ma il paese è costituito dalla gente e la gente forma la popolazione e, pertanto, sarebbe probabilmente opportuno, o per lo meno non erroneo, dare il giusto posto alla popolazione di un determinato paese o area geografica.

In effetti, la popolazione
- consuma: nel secondo trimestre del 2012, dai dati Eurostat, la componente “Spesa consumo finale famiglia” rappresentava oltre il 57% del Pil nominale per spesa in euro. Vedi anche: http://giovannimaiani.blogspot.it/2012/12/allevamento-di-polli.html.
- paga le tasse: non aggiungo altro visto che è un argomento che conosciamo tutti.
- migra: l’emigrazione e l’immigrazione giocano un ruolo fondamentale rispetto alle 2 dinamiche sopra evidenziate. Vedi anche: http://giovannimaiani.blogspot.it/2012/04/salario-rischio.html.
- è complessa: la popolazione è divisa principalmente per fasce di età, per sesso e per attività (popolazione attiva o pensionata ad esempio)...
- vota: l’inclinazione politica del Governo di un paese ne condiziona l’economia ed il ruolo della popolazione “votante” è molto importante. Spesso i politici ne sono più consapevoli della gente. Vedi anche: http://giovannimaiani.blogspot.it/2012/10/limportanza-del-voto.html.
E cosi via…

Secondo le proiezioni dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, relative al 2050, la popolazione mondiale sarà di 9,3 miliardi rispetto agli attuali 7 miliardi circa, mente la popolazione nei 34 paesi Ocse dovrebbe raggiungere circa 1.383 miliardi in aumento del 12.3% rispetto l’1.243 miliardi del 2011. Tuttavia, la crescita non sarà omogenea e l’istogramma accanto ci evidenzia la situazione complessiva.


Emerge immediatamente come il Giappone e la Corea potrebbero perdere nel 2050 rispettivamente il 35.55% ed il 14.94% della popolazione rispetto ai livelli attuali. Invece, la popolazione dell’Australia dovrebbe crescere nello stesso periodo del 50.12% e quella degli Usa del 40.89% per citare solo gli estremi. Un motivo in più per parlare maggiormente della popolazione.

Ora, osserveremo brevemente l’andamento del Pil in dollari per abitanti e quello della popolazione di alcuni paesi dell’Ocse.


Oltre i 2 terzi dei paesi presentano due curve tendenzialmente ascendenti come dal grafico relativo ai dati generali dell’Ocse. Osserviamo in rosso il Pil con scala a sinistra, mentre in blu troviamo la popolazione con scala a destra. Tuttavia, la Germania, l’Estonia e l’Ungheria presentano già una curva della popolazione fortemente discendente e le prospettive per il 2050 non indicano miglioramenti. La Germania potrebbe perdere ancora il 9% della propria popolazione, l’Estonia il 6.71% e l’Ungheria il 12.59%. Altri paesi come l’Italia e l’Olanda hanno una popolazione crescente, ma un Pil per abitante che tende ad appiattirsi.


Questo potrebbe indicare, ma non è detto in quanto ci sono altri fattori da considerare, che queste economie presentino dei problemi di redditività. In effetti, al 3° trimestre del 2012 e su base annua, il Pil italiano perdeva il 2.40%, mentre l’economia olandese scendeva dell’1.60%. La Germania con un Pil a +0.50% e l’Estonia con +3.50% sembrano avere tuttavia un’economia in grado di fronteggiare la diminuzione della popolazione, ma potrebbero presto necessitare di intervenire per fronteggiare l’invecchiamento della popolazione, sostenere l’indebitamento pubblico ed il peso delle pensioni.

Ovviamente, i flussi migratori della popolazione sono dovuti principalmente, anche se non solo, a motivi economici. In effetti, nell’analisi del 23 aprile 2012 avevo analizzato lo Smog (ossia il salario minimo orario garantito) dei paesi della zona euro e scritto scherzosamente che “difficilmente vedremo un lussemburghese andare in Bulgaria per cercare fortuna”. Il grafico a dispersione accanto mette in relazione il Pil in dollaro per abitanti e la variazione ipotizzata della popolazione nel periodo 2011-2050 nei paesi Ocse.  


Emerge immediatamente che i prossimi flussi della popolazione prendono ovviamente in considerazione l’andamento economico del paese di destinazione. Il puntino rosso all’estrema destra è relativo al Lussemburgo che vanta il Pil per abitante decisamente elevato. La mia battuta sul Lussemburgo aveva un fondo di verità.

Un breve accenno sull’orario medio lavorativo annuo. Anche questo interessa la popolazione attiva.

In 23 paesi Ocse, l’orario medio lavorativo annuo è tendenzialmente discendente come nel caso della Danimarca ad esempio.


La curva rossa rappresenta il Pil in dollari per abitanti con scala a sinistra e quella verde l’orario medio con scala a destra.


In circa 1 terzo dei paesi (vedi Norvegia, Svezia, Svizzera, Usa, Spagna, Germania, Ungheria,…) assistiamo già dal 2010 ad un’inversione di tendenza e dunque ad un aumento dell’orario lavorativo. Che sia l’inizio di una fase di inversione? Stiamo a vedere.

Da “bravo analista”, penso che la popolazione debba essere maggiormente presa in considerazione quando si parla dell’economia di un paese o di un’area geografica (vedi anche http://giovannimaiani.blogspot.it/2011/10/alcuni-paletti-sono-ormai-obsoleti.html) in quanto strettamente legata al consumo nazionale, alla condizione stessa del paese, al pagamento del debito pubblico, al Welfare e cosi via. Per concludere, la locomotiva europea tende ad invecchiare.

Buona Epifania e felice anno nuovo a tutti.

Giovanni Maiani